tratto da www.viqueria-storia.com

L'altra sponda dell'Adriatico tra Roma, Costantinopoli e Venezia

Le terre istriane e dalmate, abitate sin da tempi antichissimi, furono assoggettate dai romani nel corso dei secoli II e I a.C. Alla conquista seguì un graduale processo di romanizzazione dei popoli autoctoni di stirpe illirica. Con la caduta dell’Impero romano e la frammentazione della parte occidentale del bacino del Mediterraneo in vari Regni governati da stirpi germaniche, cominciarono a svilupparsi le cosiddette lingue romanze, derivate dal latino. In particolare, nelle terre illiriche e dacie si creò un agglomerato di lingue simili, da cui derivarono poi l’istriota, il dalmatico e il rumeno.

 

 

Tra VI e VIII secolo d.C. arrivarono i primi slavi: sloveni nelle Alpi Giulie e croati nelle Alpi Dinariche, da dove poi mossero verso la Dalmazia e l’Istria. L’entroterra dalmata, quasi spopolato da secoli di razzie e guerre, fu ripopolato da serbi e croati, che assimilarono gli abitanti autoctoni. La costa, invece, rimase nell’orbita dell’Impero Romano d’Oriente, mantenendo lingua e cultura latine. Questa divisione, che politicamente durò per quasi tutto il Medioevo, si mantenne molto oltre sul piano etnico.

Nel XIII secolo la Repubblica di Venezia cominciò la sua espansione nell’Adriatico, occupando le terre precedentemente bizantine: la costa occidentale dell’Istria e le città dalmate (salvo Ragusa, erettasi in Repubblica indipendente) e nei secoli seguenti consolidò il dominio su queste terre, ampliandolo anche all’entroterra.

L’elemento italiano (o più specificamente veneto) assunse in quest’epoca un ruolo predominante, mentre l’elemento nativo dalmatico ed istriota venne progressivamente assimilato.

Tra Napoleone e gli Asburgo d'Austria

Il trattato di Campoformio del 1797 sancì la fine della Serenissima Repubblica di Venezia, il cui territorio fu spartito tra la Repubblica francese e gli Asburgo d'Austria. A questi ultimi spettò tutto il territorio veneziano ad est del Lago di Garda sulla terraferma (cioè le attuali regioni del Veneto e del Friuli Venezia Giulia), l'Istria e la Dalmazia.

Nei tempi del dominio asburgico il tratto saliente fu la diminuzione costante dell’elemento italiano rispetto a quello slavo. Le sollevazioni del 1848 e l’irredentismo provocarono la diffidenza del governo austriaco verso gli italofoni, e specie dopo il Risorgimento venne favorito l’elemento slavo contro quello italiano. La disfatta di Lissa nel 1866 significò la fine delle speranze di istriani e dalmati di lingua italiana di unirsi al neonato Regno d'Italia.

La prima guerra mondiale e il ventennio fascista

In seguito alle vicende della prima guerra mondiale, che vide l’Italia impegnata contro l’Austria in un fronte che andava dal Trentino fino al Friuli, l’Italia potè annettersi il territorio dell’Istria, di Zara e delle isole del Quarnaro nel 1919 e di Fiume nel 1924.

Gli anni del governo fascista furono caratterizzati dal tentativo di assimilazione forzata da parte delle autorità italiane delle minoranze slovene e croate d’Istria, con il conseguente aumento della tensione tra l’elemento italiano e quello slavo.

Secondo il censimento italiano del 1921 il gruppo linguistico italiano risultava esserre il 58,2% del totale. Seguiva il gruppo serbo o croato, con il 26,3%, e quello sloveno con il 13,8%. I restanti (1,7%) vennero classificati come “altri”.

La seconda guerra mondiale

Nell'aprile del 1941 l'Italia partecipò all'attacco dell'Asse contro la Jugoslavia, che in seguito alla resa fu smembrata. Alla spartizione del bottino parteciparono tutti gli invasori: la Germania si annesse il territorio di Maribor/Marburg, l'Ungheria parte del Banato e la Bulgaria la Macedonia. All'Italia spettarono varie parti del territorio ex-Jugoslavo: la maggior parte dell'attuale Slovenia (che diventò Provincia di Lubiana), la Dalmazia settentrionale e le Bocche di Cattaro. Inoltre, il trattato di Roma garantiva agli italiani un'ampia zona d'influenza nei neonati stati di Croazia e Montenegro, coronando il sogno mussoliniano di un'Italia padrona dell'Adriatico.

Gli aspetti che assunse l'occupazione italiana dei territori appena conquistati furono molteplici: nella provincia di Lubiana, si tentò in un primo momento, senza successo, di instaurare un'amministrazione che cercasse il consenso degli abitanti. In Dalmazia fu invece instaurata, sin da subito, una politica di italianizzazione forzata: cambiamento della toponomastica, divieto di insegnamento del croato nelle scuole, persecuzione degli oppositori.

Nel 1943, tuttavia, con lo sbarco in Sicilia delle forze alleate e con gli incessantii bombardamenti del territorio nazionale, per l’ Italia si avvicinavano anni molto difficili.

Le persecuzioni

Istria, 1943: i primi morti

Con il collasso del Regio Esercito seguito all’armistizio tra Italia e gli Alleati (8 settembre 1943 ) si creò un vuoto di potere, come in tutto il Regno, anche in Istria.

Fin dal 9 settembre le truppe tedesche assunsero il controllo di Trieste e successivamente di Pola e di Fiume. I partigiani occuparono buona parte della regione, mantenendo le proprie posizioni per circa un mese. Il 13 settembre 1943, a Pisino venne proclamata unilateralmente l'annessione dell'Istria alla Croazia, da parte del Consiglio di liberazione popolare per l'Istria.

Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione emisero centinaia di condanne a morte.

Le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano (quali militari, carabinieri, ecc.), ma anche oppositori politici, semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato jugoslavo che s'intendeva creare. La maggioranza dei condannati fu scaraventata nelle foibe o nelle miniere di bauxite, alcuni dei quali mentre erano ancora in vita.

Secondo alcune stime, le vittime del periodo settembre-ottobre 1943 nella Venezia Giulia, si aggirano sulle 600-800 persone.

Dalmazia, 1943-1944

Il 10 settembre, mentre Zara veniva presidiata dai tedeschi, a Spalato ed in altri centri dalmati entravano i partigiani. Vi rimasero sino al 26 settembre, sostenendo una battaglia difensiva per impedire la presa della città da parte dei tedeschi. Mentre si svolgevano quei 16 giorni di lotta, fra Spalato e Traù i partigiani soppressero 134 italiani, compresi agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie ed alcuni civili.

Occupata dai tedeschi, la Dalmazia veniva tolta alla R.S.I. e annessa allo Stato di Croazia.

Nel 1944 Zara venne ridotta in rovine dai bombardamenti angloamericani, che causarono la morte e la fuga della maggior parte dei suoi abitanti. La città fu infine occupata dalle truppe titine il 1º novembre 1944: si stima che il totale delle persone soppresse dai partigiani in pochi mesi sia stato di circa 180.

Nell'uccisione di queste persone, pare che l'annegamento in mare fosse una pratica molto diffusa, riferita da varie testimonianze, tanto da divenire nell'immaginario popolare la "tipica" modalità di esecuzione delle vittime zaratine, similmente alle foibe in Istria.

Venezia Giulia, 1945

Nella primavera del 1945 la IV Armata jugoslava puntò verso Fiume, l'Istria e Trieste. L'obiettivo era di occupare la Venezia Giulia prima dell'arrivo degli anglo-americani. Il 20 aprile 1945 le formazioni partigiane raggiunsero i confini della Venezia Giulia, e tra il 30 aprile ed il 1º maggio le formazioni del IX Korpus sloveno occuparono l'Istria, Trieste e Gorizia.

Il nuovo regime si mosse in due direzioni: le autorità militari avevano il mandato di stabilire la legittimità della nuova situazione creatasi in seguito alle operazioni militari di occupazione. L'OZNA, la polizia segreta jugoslava, invece, operava nella più totale autonomia: Il suo compito era quello di arrestare coloro che si opponevano all'annessione alla Jugoslavia: in tale ambito furono presi anche componenti del CLN e delle altre organizzazioni antifasciste, nonchè pure alcuni slavi.

A partire dal maggio del 1945, quindi, massacri si verificarono in tutta la Venezia Giulia (Trieste, Gorizia, Istria e Fiume). A Gorizia e Trieste (occupate dal 1º maggio), i massacri cessarono con l'arrivo degli alleati il 12 giugno: si riscontrò l'uccisione di diverse migliaia di persone, molte delle quali gettate vive nelle foibe.

Il bilancio delle vittime e l'esodo

Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale un gran numero di italiani fu soppresso dai partigiani titini. Sulla quantificazione delle vittime vi sono tuttora aspri dibattiti. Il numero si aggira tra i 10.000 e i 15.000 morti. Vanno ricordati inoltre le vittime di etnia slovena e croata, visto che i sostenitori di Tito non si limitarono a perseguitare gli italiani, ma infierirono contro tutti gli oppositori, reali, potenziali o presunti.
Negli anni del dopoguerra il protrarsi della dura repressione da parte delle autorità comuniste jugoslave nei confronti degli italiani provocò la fuga della maggior parte di coloro che lì erano ancora rimasti.
Ceduta l’Istria, Fiume, le isole del Quarnaro e Zara alla Jugoslavia, restava il nodo triestino: si creò il “territorio libero di Trieste”, ed esso fu diviso in 2 zone, A e B, amministrate rispettivamente dagli anglo-americani e dagli jugoslavi.
Molti esuli scelsero di restare più vicini alle loro case, emigrando nella zona B, da dove, con la successiva annessione alla Jugoslavia, fuggirono a loro volta in Italia.
A metà degli anni cinquanta, quando l’ultima ondata dell’esodo fu completata, l’Istria aveva perduto metà della sua popolazione e gran parte della sua identità sociale e culturale. Le nuove autorità slave provvidero a cancellare la memoria della presenza italiana in Istria: i monumenti furono abbattuti, le tombe divelte dai cimiteri, la toponomastica cambiata. Le proprietà italiane vennero interamente confiscate ed assegnate agli slavi che vennero insediati in una regione ormai semi deserta.
Le statistiche ufficiali per la penisola istriana ci consentono di calcolare la portata dell’esodo nella regione dove assunse le proporzioni più catastrofiche: di fronte ai 147.916 italiani rilevati dal censimento austroungarico del 1910, ai 199.942 del censimento italiano del 1921 e ai più di 200 mila del periodo immediatamente precedente la guerra, rimasero, nell’intero territorio jugoslavo 34.170 italiani nel 1953. Il loro numero scese a 24.175 nel 1961, a 20.420 nel 1971 e raggiunse il minimo storico di 13.799 nel 1981.

Con la dissoluzione della Jugoslavia, si rileva nei censimenti croati l’aumento di persone dichiaranti appartenere al gruppo etnico italiano aumentarono notevolmente: 24.262 nel 1991 e 21.894 nel 2001-2002.

Come si evince da questi dati, il risultato dell’operazione di “pulizia etnica” fu la quasi totale sparizione dell’elemento italiano, e la marginalizzazione dei rimasti, di fronte al nuovo carattere slavo della regione.

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