La questione dell’identita nazionale, qui da noi in Italia, e’ materia delicata. In questo momento in particolare: siamo vicini ormai alle celebrazioni della nascita dello stato unitario,  e questa e’ la naturale occasione per interrogarsi sul senso del nostro stare assieme, ma anche momento in cui divengono visibili le tensioni che questo stare assieme implica. Due sono in particolare le questioni: la perdita di centralita’ dello stato nazionale con le ovvie conseguenze centripete da un lato, e dall’altro la tendenza a un radicale cambiamento della societa’ che in questo stato nazionale e’ supposta riconoscersi. La perdita di centralita’ sta avvenendo sia verso l’alto che verso il basso: all’Europa demandiamo quote sempre maggiori di potere, e questo mi sembra – detto sbrigativamente -  una tendenza inevitabile

 

Anzi, dal punto di vista degli equilibri mondiali, dei rapporti di forza economici, commerciali o politici, tale tendenza sembra persino procedere troppo lentamente rispetto alle necessita’ di aggregazione e polarizzazione delle forze che l’economia globalizzata richiede. E verso il basso c’e’ invece una tendenza al rafforzamento delle scomposizione del Paese, sia che questa avvenga sulla base di macroaree territoriali, sia su base piu’ spiccatamente regionale, ma comunque in grado di mettere in questione il Paese nel suo insieme. Non solo sulla questione delle autonomia amministrative, delle lotte per la ridefinizione delle quote di traferimenti di risorse da parte dello stato verso le realta’ locali, ma in primo luogo nella rivendicazione di una identita’ locale che funge da base ideologica a tali rivendicazioni. Le richieste di autonomia si fondano infatti su aggregazioni di identita’ – di omogeneita’ – alternative anche quando non antagoniste all’identita’ nazionale e unitaria.La societa’ italiana poi sta cambiando. L’immigrazione sta producendo modifiche sostanziali nel tessuto sociale, e ormai in molte citta’ sono diventate riconoscibili quelle “societa’ parallele”, cinesi o arabe per esempio, destinate a rendere un ricordo l‘idea del nostro paese come “etnicamente omogeneo”. La tendenza e’ visibile se pensiamo ai nostri giovani in eta’ scolare, per i quali una societa’ eterogenea e’ ormai una realta’ che si incontra ogni giorno in classe. E che noi possiamo prevedere essere realta’ quotidiana di tutti nei decenni a venire. Insomma: alla vigilia dei 150 anni della nascita dell’Italia, sembra che il nostro Paese abbia intrapreso un cammino il cui risultato, qualunque esso sia, produrra’ di necessita’ il venir meno dell’importanza della questione dell’identita’ nazionale cosi’ come l’abbiamo conosciuta. Ovvero: l’idea di uno stato nazionale, in cui cioe’ vi sia sostanziale omogeneita’ etnica, culturale e religiosa, e che questa funga da elemento di aggregazione sociale nella creazione di uno Stato autonomo e indipendente, e’ irrimediabilmente destinato a essere superato dai fatti. Lo stato nazionale perde peso nel gioco dei rapporti internazionali, all’interno dello stato nazionale l’elemento di coesione sempre meno puo’ essere l’identita’ nel senso dell’omogeneita’ delle esperienze e dei discorsi.

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